Venezia – Pechino: arrivo e impianti olimpici

Venerdì 19 agosto 2011.

Ore 17.05 ora locale (11.05 in Italia). Siamo appena arrivati in hotel a Pechino e siamo freschi come rose. Botta di culo anzi due botte di culo: a Doha, all’imbarco, la hostess mi comunica che ci hanno fatto l’upgrade in BUSINESS CLASS! Davanti alla mia faccia basita mi chiede: “Aren’t you happy?”. L’aeroporto di Doha è un piccolo scalo, mi fanno impressione le molte donne, alcune con la statura da bambine, vestite con una specie di niqab nero integrale che copre anche gli occhi: si presentano ai gate d’imbarco e non vengono controllate, almeno non in pubblico. Sempre nell’ottica di non voler giudicare, non riesco proprio a capire come una donna possa accettare, anche se non credo abbia la possibilità di scegliere, questa totale sottomissione al maschio, padre, fratello o marito che sia, in nome della religione.
Viaggiare in business è da sballo: poltrone reclinabili a 180° che diventano letti, pigiama, calzini e mascherina, trousse con una decina di creme e cremine varie, cena e colazione servite su piatti in porcellana –sushi, noodles, bevande a iosa, frutta intagliata, pancake alle mele, omelette, croissant ecc.- su tovagliette in tessuto e una cortesia addirittura fastidiosa. Riesco anche a dormire 5 ore prima che lo steward mi svegli per la colazione, come espressamente richiesto.

Poco prima di atterrare a Pechino, mi sembra di intravedere la Grande Muraglia. Scatto qualche foto e, solo dopo aver fatto un forte ingrandimento, ne ho la conferma: un sottile nastro che si snoda sulle creste delle colline, interrotto da piccole torrette. Se si fa fatica a distinguerla da 10.000 metri di altezza, come è possibile che sia l’unica opera dell’uomo visibile dalla Luna? Una grande bufala!

La Muraglia Cinese vista dall'aereoDopo una veloce e formale pratica alla dogana e un altrettanto veloce trasferimento con l’efficientissima metropolitana pechinese, siamo arrivati all’hotel a 100 metri dalla fermata dove siamo stati ricevuti da valletti per le valigie e camerieri con bevande fresche. Nella lobby sparano l’aria condizionata a 15° e ci aspettiamo di vedere i pinguini ad un momento all’altro. Qui secondo colpo di fortuna: ci hanno fatto l’upgrade da camera standard a deluxe. Secondo Alberta è una questione di Karma, secondo me è solo culo! Il VPN che avevo comprato per bypassare la censura di internet (7$ al mese) funziona che è una meraviglia, facebook, skype e tutto il resto sono accessibili, almeno per ora!

Nonostante le quasi 20 ore di viaggio, grazie al riposino fatto in aereo, ci facciamo subito la doccia e usciamo. Meta: la zona degli impianti olimpici di Pechino 2008, un po’ bizzarra come scelta per il primo contatto con questa città ma ci tenevo a vederli di notte. Con la metro, a quest’ora strapiena, in mezz’ora arriviamo. Il Bird’s Nest e il Water Cube illuminati sono bellissimi.

Alberta comincia ad avere fame e qui stanno già sbaraccando. Ci trasferiamo dalle parti dell’hotel a Wangfujing, la strada pedonale dei negozi di lusso. Per raggiungerla, percorriamo uno stretto vicolo, con minuscoli negozi di alimentari (dove Alberta comincia a cercare le sue merendine preferite), bettole che dovrebbero essere ristorantini e equivoci centri massaggio. Sopra la nostra testa, c’è un groviglio impressionante di cavi elettrici: decine, centinaia di linee elettriche che si incrociano senza alcun ordine. Quando sbuchiamo in Wangfujing, nel giro di pochi metri, passiamo dalla miseria al lusso più sfrenato: Cartier, Hermes, Gucci, Armani e chi più ne ha più ne metta. Ormai è tardi, la strada è quasi deserta e comincia a trasformarsi nel dormitorio dei tanti senzatetto che sostituiscono i ricchi asiatici che fanno shopping durante il giorno. I mendicanti sono davvero insistenti: ti seguono, ti afferrano per il braccio, non ti danno tregua. Come arma di persuasione, portano con loro il figlio piccolo che dorme in grembo, il padre cieco trascinato per il braccio, il fratello storpio e con disabilità mentale adagiato sul carretto. Non riesco a restare insensibile a queste cose e mi monta una forte rabbia: non sopporto la strumentalizzazione dei bambini e dell’handicap. Decine di donne, anche molto giovani, frugano nei bidoni della spazzatura alla ricerca di bottiglie di plastica o lattine che ripiegano con arte per riporle nelle enormi borse ormai piene.
Anche qui ormai è tutto chiuso, c’è solo qualche chiosco di bibite. Alberta nota in bambino con uno spiedino di carne in mano e, grazie alle sue indicazioni, un due minuti ci troviamo in un nuovo ambiente, sembra di fare continui salti spazio-temporali. E’ un vicolo, in perfetto stile orientale con tanto di lanterne rosse e insegne cinesi, con banchetti che vendono pietanze davvero raccapriccianti: scorpioni, ancora vivi, infilzati in lunghi spiedini, cavallucci e stelle marine, bachi da seta, serpenti, squaletti.

Alberta si accontenta di un semplice spiedino di carne di montone, favoloso a suo dire, io per stasera passo. Stanno lavando per terra e c’è un terribile odore di pesce: non so perché ma penso immediatamente al mercato dove nasce Grenouille, il protagonista de Il profumo di Süskind.

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