Ricordi di un’estate londinese

Venerdì 31 luglio 2015.

londra case a schiera

Correva l’anno 1974 e i miei, anziché farmi passare i tre mesi di vacanze estive al mare, decisero di regalarmi tre settimane in agosto a Londra per una vacanza-studio. Non vi sto a raccontare la mia gioia. Sono stato sempre un ragazzino obbediente e ligio al dovere e, mi vergogno a dirlo, un po’ il cocco di tutte le maestre e i professori della scuola. Non ho mai manifestato insofferenza per lo studio, anzi, e l’idea di passare le mattine agostane sui banchi di scuola non mi dispiaceva.

L’incontro con Londra fu sconvolgente e si trasformò in un nanosecondo in un amore sviscerato che persiste ancora oggi inalterato. La mia prima residenza londinese fu a Lewisham, quartiere situato nella zona sud-orientale della città a circa 10 chilometri dal centro, in una di quelle tipiche case popolari a schiera con le bow-windows e i portoni colorati. Mrs. Jones, la proprietaria, era la signora inglese per antonomasia, indistinguibile dalla romantica donna inglese di Montesano, compresi i capelli argentati e gli occhiali a farfalla. Viveva sola con un barboncino grigio, Sixpence, affettuoso ma con l’alito mefitico. La casa era il regno del kitsch: moquette maleodorante dappertutto, anche in bagno, soprammobili e quadri improponibili e carta da parati con disegni geometrici a colori sgargianti. La prima notte provai l’inebriante esperienza di dormire su scivolosissime lenzuola in nylon che si appiccicavano su ogni centimetro di pelle scoperta. La mattina scesi in sala da pranzo e trovai la tavola apparecchiata con coppette riempite di minuscole scaglie che mi sembrarono piccole patatine in sacchetto: furtivamente me assaggiai una e, solo più tardi, mi fu spiegato che erano gli sconosciuti cornflakes. Il cibo fu il vero, insormontabile problema per tutta la vacanza. Io ero già schizzinoso di mio e la cucina inglese non si fa certo apprezzare nel mondo per la sua bontà. Ma i veri problemi cominciarono dopo una decina di giorni. Sixpence raggiunse il Ponte dell’Arcobaleno (schiattò dall’oggi al domani) e di Mrs. Jones non si seppe più nulla, forse se ne stava chiusa in camera per il dolore, fatto sta che non si preoccupò più di noi ospiti. L’unica alternativa sembrava essere il trasferimento presso un’altra famiglia, cosa non facile da gestire in quattro e quattr’otto. Alla fine mia madre con mia sorella si imbarcarono sul primo aereo per Londra e mi raggiunsero: alloggiarono nella casa a fianco e così il problema pappa venne parzialmente risolto (rimanevano gli immangiabili sandwich che ci venivano propinati a scuola, per pranzo, farciti con una specie di paté di carne disgustoso).

Londra fu per me un’esperienza magica. Ero troppo piccolo per capire la portata dei cambiamenti sociali e di costume che si stavano verificando nel mondo e Londra era probabilmente la capitale di questi mutamenti. Per me, dodicenne di provincia, tutto era sorprendente e meraviglioso. Dopo la mattina passata sui banchi della classe beginners, prendevo quotidianamente il treno per Charing Cross e gironzolavo per Londra, da solo o in compagnia di coetanei, scoprendo ogni giorno le meraviglie di questa città: i parchi, la metropolitana, i musei, i grandi magazzini, i teatri… tutte cose lontane anni luci dalla realtà che avevo vissuto fino ad allora. Quarant’anni fa probabilmente il gap tra la provincia italiana e le metropoli europee era davvero abissale. Tornerò a Londra per i cinque anni successivi e sempre, sempre, rimarrò stupefatto ed estasiato da questa ineguagliabile città.

Questo post nasce da un sogno fatto stanotte: io e mia sorella che giriamo per le strade di Lewisham in cerca, dopo quarant’anni, della casa di Mrs. Jones.

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