Marrakech: Jemaa el-Fna, souk, Koutoubia

Lunedì 26 settembre 2011.

Mi sono svegliato alle 5:30: le 2 ore di fuso orario di differenza e la pennichella di ieri pomeriggio non mi hanno permesso di dormire più a lungo. La mattina è piacevolmente fresca, ci sono 16°: siamo ai piedi dei monti dell’Atlante, a 50 km in linea d’aria dal Jbel Toubkal che, con i suoi 4.165 metri, è la vetta più alta del Nord Africa. Dopo una colazione piuttosto deludente, comincia il giro di perlustrazione. Come ho detto un paio di post fa, non ho nessuna mappa di Marrakech: il riad è a sud della città, proprio di fianco al Palazzo Reale, so solo di dover andare più o meno a nord tuffandomi nell’intricato labirinto di stradine della kasbah e della medina. L’impatto con questa città è piuttosto forte: caotica, trafficata all’inverosimile ma piena di vita vera. I pochi turisti, siamo ancora in bassa stagione, si mescolano con gli abitanti che conducono la loro vita quotidiana. Lungo Rue de la Kasbah ci sono un sacco di piccolissimi negozi che si aprono direttamente sulla via: i macellai che allestiscono il davanzale della finestra sulla strada con i vassoi di carne e la fila di gatti che aspettano sotto in attesa di qualche ritaglio, i panettieri con le loro forme rotonde di pane arabo, la vecchietta con il suo bazar ho-tutto-quello-che-cercate grande 1m x 1m, i tabaccai con le sigarette così tarocche che non sono credibili neanche nel pacchetto, i ristoratori che già a quest’ora sfornano kebab per colazione e hanno i fornelli già pieni di tagine… a world apart! Si cominciano a vedere le prime moschee con i relativi minareti: stanotte alle 4:45 il muezzin ha cominciato a salmodiare! Qui a Marrakech, le moschee sono molto sobrie, non hanno l’opulenza stilistica e di materiali di quelle che ho visto al Cairo e a Istanbul. Percorro un tratto di strada che costeggia le mura che circondano la medina che, come il resto della città, sono completamente intonacate di color rosa. Non esiste un edificio che non sia di questo colore: arrivando con l’aereo, Marrakech è quasi indistinguibile dal deserto circostante se non fosse per le migliaia di parabole satellitari che ricoprono i tetti. Le mura sotto interrotte da porte, chiamate bab, dalle quali era possibile l’accesso in città: la più bella in assoluto è Bab Agnaou con il suo arco decorato in pietra. Sopra la porta e sopra ogni torretta ci sono nidi di cicogne che probabilmente sono già arrivate qui per svernare.

Dopo avere rischiato più volte la vita attraversando strade dove i motorini sfrecciano alla velocità della luce, arrivo a piazza Jemaa el-Fna, croce e delizia di questa città. E’ il centro nevralgico di Marrakech, il posto da dove praticamente non puoi evitare di passare qualunque sia la tua meta. E’ decisamente brutta, non è altro che intersezione di due strade, ma la vita che la anima la rende magica. Al mattino è abbastanza deserta. Ci sono squallide attrazioni per turisti: non sopporto la vista della povere scimmiette tenute al guinzaglio solo per la gioia di qualche turista idiota che vuole farsi immortalare con in braccio l’animale esotico; mi fanno pena addirittura i serpenti rinco che devono starsene attorcigliati sopra un tappeto a fare una danza al suono del flauto; per non parlare dei cavalli costretti a stare in fila attaccati al calesse per ore in attesa del turista pigro che vuole farsi scorrazzare per la città. Fosse per me, farei una moratoria internazionale contro l’utilizzo degli animali per scopi turistici, o almeno cercherei di tutelane il benessere. Ci sono anche personaggi divertenti, vestiti come alberi di natale con campanacci e pentolini al collo, che per qualche spicciolo si fanno fotografare, signore che, siringa in mano, ricamano mani e piedi con tatuaggi all’hennè, cantastorie con il loro gruppo d’ascolto, cartomanti, saltimbanchi e scribacchini: è un circo a cielo aperto. Preparatevi le tasche piene di dirham perché vi verranno chiesti ad ogni scatto, qualche volta in modo quasi aggressivo. Ci sono decine di carretti, ordinatamente in riga, dove ti preparano, per la modica cifra di 4 dirham, squisite spremute d’arancia zuccherate con sciroppo di canna fatte al momento. La piazza è circondata da caffè e ristoranti che, dalle loro terrazze, permettono una splendida vista dall’alto. L’occhio non può non cadere sul Caffè Argana che, solo 5 mesi fa, è stato devastato dallo scoppio di una bomba che ha fatto 15 vittime tra i turisti: la lettera A finale dell’insegna è rovesciata e l’edificio è pietosamente ricoperto da lenzuola con appese tele dipinte. Maledetti terroristi! Devo ammetterlo, non sono completamente tranquillo a passeggiare per queste zone. Il fatto che solo ieri, in Indonesia, l’ennesimo folle kamikaze si sia fatto saltare in aria mi fa temere che qualche emulo possa ripetere il gesto. Ma lo scopo degli attentatori è proprio questo: intimidire, creare terrore e non bisogna dargliela vinta.

Dal lato nord della piazza si accede al magico territorio dei souk. In stretti vicoli, coperti da assicelle di legno attraverso le quali filtrano i raggi del sole, si apre un mondo fantastico fatto di colori e profumi. E’ un dedalo di stradine dove è impossibile mantenere l’orientamento. Anche se apparentemente caotico, in realtà ha un ordine ben preciso, ogni merce ha la sua zona per precisa: c’è l’area dei tessuti, del pellame, delle spezie, dei tappeti. Spostandosi nelle viuzze più laterali si possono vedere gli artigiani all’opera: il cesellatore che con misurati colpi di martello ricama lastre di metallo creando vassoi e lampade, il conciatore che colora la pelle, il sarto che con un’antiquata macchina da cucire confeziona kaftani o pantofole in pelle. Il souk è il luogo della contrattazione per eccellenza: non è infrequente vedere turiste sedute assieme al venditore su sgabelli, magari assistite da un traduttore, che chiacchierano amabilmente sorseggiando l’onnipresente tè alla menta. Passeggiando si può sbucare in piazze che le facciate delle case ricoperte di tappeti o in aree dove vengono venduti animali vivi. Si può tranquillamente passare una giornata intera dentro il souk.

Ritorno sui miei passi e, da Jemaa el-Fna, mi dirigo verso la moschea Koutoubia che con il suo minareto alto 70 metri è l’unico punto di riferimento di tutta Marrakech. Purtroppo noi infedeli non possiamo entrare a visitarla e trovo la cosa piuttosto strana considerando che il Marocco è forse il più moderato tra i paesi islamici. In cima alla lanterna del minareto, assieme alle tre sfere dorate, c’è una forca: penso subito che, visto che uno dei significati di Jemaa el-Fna è raduno dei morti poiché in questa piazza venivano eseguite le condanne a morte, in passato mettessero qualcuno a penzolare lassù come monito. Invece questa forca viene usata per issare una bandiera bianca che annuncia l’ora della preghiera ai fedeli sordi.

Una delle cose più stupefacenti di Marrakech sono i giardini pubblici: ce ne sono a decine, tutti curatissimi, non te li aspetti in una città in mezzo al deserto. Davanti alla Koutoubia c’è il giardino omonimo con palme, piante di fichi d’India, ulivi e agrumi. Poco più avanti, lungo Avenue Mohammed V, una sorpresa che proprio non mi aspettavo in Marocco: il Cyber Parc Arsat Moulay Abdeslam. In mezzo a olivi, cipressi, dature, tra viali in terra rossa e fontane, ogni 50 metri, si ergono colonnine che, tramite un touch screen, permettono la connessione gratuita ad internet o l’utilizzo dei programmi di Windows xp. Tutto il parco è coperto dalla rete wifi perciò è possibile usare anche la propria periferica. E’ un posto molto tranquillo, una vera oasi di pace in mezzo a questa città caotica, frequentato da famiglie, giovani e coppiette che si coccolano sedute sui muretti di mattoni rossi.

Ormai il sole sta tramontando, ma voglio ugualmente vedere i Giardini di Majorelle, probabilmente i più belli di Marrakech, che sono un paio di chilometri più a nord. Arrivo quasi all’orario di chiusura, giusto il tempo per un paio di foto. Torno volentieri a farmi coccolare un po’ nel mio riad. Per cena stasera harira, filetto di pesce e meringa con ananas caramellato.

Marrakech, Jardin Majorelle
Marrakech, Giardini di Majorelle

BTW:

TANTI AUGURI A ME!

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